Ragusa, un bigliettino da visita mondiale per la Sicilia

La Sicilia come brand, e Ragusa, isola nell’isola, un' eccellenza, paragonabile per indici produttivi, al Nordest. Cosa piace del Sudest siciliano? L'esotico, il mitico, l'antico, il retrogrado talvolta, inteso come una certa resistenza alla modernità nel suo senso deteriore. Il Commissario Montalbano, Ficarra e Picone, gli abiti di Dolce & Gabbana, il vino siciliano, hanno fatto sì che la Sicilia "spacchi lo schermo" -televisivo e cinematografico- e si imponga nell'immaginario collettivo mondiale. I prodotti audiovisivi ambientati nell’Isola sfondano il botteghino. La Sicilia piace, come metafora.

Emerge peraltro un comune denominatore nei lavori di Camilleri, nell’ultimo Ficarra e Picone e nella serie di Pif: tutti raccontano un diffuso bisogno di giustizia. Complice una tradizione culturale che dall'800 a Pippo Baudo e a Fiorello vede i siciliani grandi narratori.  Ma chi, dopo Verga, Pirandello, Sciascia, ha cambiato, negli ultimi venticinque anni, l'idea che l'opinione pubblica mondiale ha della Sicilia? Johnny Stecchino, Andrea Camilleri, e la storia delle banane.

A sostenerlo, nero su bianco, è il giornalista e scrittore di Racalmuto Gaetano Savatteri.“Non c’è più la Sicilia di una volta” si intitola il suo libro: «Non ne posso più di Verga, di Pirandello, di Tomasi di Lampedusa, di Sciascia, di Guttuso. Non ne posso più di vinti; di uno, nessuno e centomila; di gattopardi; di uomini, mezz’uomini, ominicchi, pigliainculo e quaraquaquà».

L'anno della svolta è tra il 1991 e il 94. Benigni ridicolizza la mafia in Johnny Stecchino, Andrea Camilleri, ed è il 1994, sdogana la Sicilia con il primo romanzo del commissario Montalbano: “La forma dell’acqua”.  Ma Camilleri apre la strada a Rosario Fiorello, insieme prima e dopo Pippo Fava, Santo Piazzese, Giorgio Vasta, Giuseppe Rizzo, Viola Di Grado, Evelina Santangelo, Nadia Terranova, e ancora Aldo Baglio, Ficarra e Picone, Teresa Mannino. L'elenco continua con Emma Dante, Vincenzo Pirrotta, Spiro Scimone, per finire con Ciprì e Maresco.

Scrive Costanza Messina su Ragusanews, testata di notizie su Ragusa: “Nella babele che tutto trascina e tutto confonde, è bene tenere d'occhio su un pezzo del Sud-Est siciliano, quel manto di terra preziosa che da Ragusa arriva a sfiorare Siracusa e il cui confine non sempre coincide con le mappe amministrative. Perchè il confine se lo dà da solo il territorio con il suo paesaggio, la sua gente, con le caratteristiche e differenze che ciascuno può sempre e comunque toccare con le proprie mani. Qui, in questa isola felice scelta dal Commissario Montalbano per raccontare le sue avventure, ci ritrovi carrubi secolari tra merli perfetti di muretti a secco, dove le pietre strappate ai terreni da coltivare formano panchine, abbeveratoi, masserie, ovili e ogni altro manufatto di utilità contadina.

Ci ritrovi una campagna ordinata, pulita, curata, che non si incontra in nessun altro luogo di Sicilia; una produttività agro-alimentare che non ha nulla da invidiare alle aree d'eccellenza in Italia con un Pil di tutto rispetto; una industriosità silenziosa, operosa, coraggiosa senza fronzoli e pennacchi, una attitudine alla correttezza che è diligenza concreta senza cartellini dell'antimafia; una società sobria ma rigorosa nella propria rivendicazione della propria identità storico-culturale ma anche agricola. E strade pulite che rispetto all'isola pare la Svizzera, e spiagge fruibili e attrezzate che nascondono case forse anche abusive.E una banca "propria" a supporto del territorio.E poi la cultura, con un impegno intellettuale e artistico che prescinde dal turismo e non vuole proprio trasformarsi in souvenir, perchè il turismo è turismo e quindi servizi, marketing, comunicazione (Montalbano docet) ma la cultura è "l'identità di casa mia", identità privata e pubblica, antica e attuale e per questo dinamica e produttiva ma sempre orgogliosa e quindi attenta alla tutela e alla memoria.Non c'è odore di truffa nell'offerta che il territorio fa di sè, non c'è arrembaggio nè accattonaggio commerciale; non ci pensano nemmeno, i ragusani, ad arrabattare la stagione svendendo quote di identità per racimolare la pagnotta; anzi: se è pagnotta, il più delle volte il grano è "russello", antica specie siciliana ancora in produzione per tradizione e volontà, che si produce così perchè così è sempre stato, turista o non turista, in estate come in inverno; l'attività continua a prescindere e il prezzo, onesto, è sempre lo stesso.E se si tratta di cose importanti -qui (come altrove) alcuni beni valgono così tanto da essere "patrimonio dell'umanità- i ragusani si fanno più seri, vivono il patrimonio Unesco con passione e spesso se la ridono del circo folcloristico e farlocco che altri hanno montato poco lontano da qui. E mentre si valorizza la tradizione ci si apre all'innovazione, alle infrastrutture, al mercato internazionale: i resort, il golf, i ristoranti stellati, l'arte contemporanea, i brand di lusso, start-up, sperimentazioni e creatività, scambi con Malta e con il mondo, energie alternative, i porti, l'aeroporto: è un brulicare, il Ragusano. Senza nulla togliere a ciò che sopravvive e che con tanta fatica si distingue nella desolazione economica delle altre province, per salire un po' più su in qualche classifica e poi trovarne riscontro nella dimensione reale, non servirebbero scoop da programma elettorale, botte di genio o mirabolanti finzioni: basterebbe che tutta la Sicilia fosse Ragusa”.

 

 

 

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